

Sembrerà strano, anzi mi sembra strano, ma molte volte nella vita ci si ricrede. Qualche anno fa feci una discussione, a tratti pietosa da parte mia, con Silvano Agosti. Era una serata organizzata dal LabMod, associazione culturale amata, che riprendeva il filone del cinema italiano contemporaneo. Avemmo l’occasione di parlare direttamente con Agosti dei suoi ‘film’, delle sue registrazioni per essere tecnici e asettici. Il pubblico, o almeno buona parte, si aspettava la proiezione de ‘il giardino delle delizie’, o ‘matti da slegare’, oppure del più recente ‘quartiere’.
Inizia la serata e Agosti decide di non mettere in visione ciò che aveva preannunciato – i suoi film sono difficilmente reperibili, se non andando direttamente nel suo cinema Azzurro a Roma – ma parte con una specie di monologo/comizio in cui vuole svelare ai presenti la vera essenza della vita. Da qui inizia dicendo che l’ingenuità infantile pre-scolare è l’unica vera purezza/ricchezza che si dovrebbe preservare e curare. Rincarando con la considerazione che la scuola, e più in generale le istituzioni, portano l’uomo a diventare un automa svuotato di vitalità e completamente assorbito dalle regole. Grazie. Come non mi fossero bastati i tredici anni di scuola dell’obbligo (considero il diploma socialmente obbligatorio, e non voglio dare accezioni a questo termine). Ti ci metti anche tu, penso io. Silvano termina la tirata, senza averci fatto vedere nemmeno un pezzettino della sua arte, dicendo che in nostri genitori cresciuti tra le mura di un ufficio o tra gli obblighi di un impiego fisso, sono i replicanti di una società malata che non riescono a fare altro che a figliare androidi pronti alla lobotomizzazione. E lì m’incazzo. Parto con la critica dicendo che queste considerazioni sono valide e datate ormai, ma che quello che non va è l’esagerazione nel dare giudizi netti e affrettati, senza lasciare un minimo spazio alla possibilità di auto-coscienza della crisi e delle contraddizioni della vita. In quel momento mi sento un paladino della mediocrità, un avvocato difensore dei ragionieri e dei ferrovieri, acchiappo a mani piene il termine NORMALE e lo faccio mio, lo coccolo come non ho fatto mai.
Alcuni tra il pubblico mi danno dello stronzo e dello stupido. Mi intimano di stare zitto. A loro rispondo a tono. Silvano mi risponde con lo sguardo pietoso di chi osserva un morto. Ma la lite si spegne lì purtroppo. Sono normale e fare a botte non lo è.
Questa sera però il ricordo mi provoca un attacco di malinconia. Non so cosa mi manca, ma mi manca. Mi basta poco per cambiare opinione e devo ammettere che quel cazzone di un despota di Silvano ha ragione. Ha tutta la ragione del mondo. E non lo dico perché lo penso, ma perché lo sento. Tra il petto e lo stomaco mi si è infilata questa sensazione precisa di essere al di fuori della genuinità. Di non poter raggiungere mai più quella soglia di ingenuità necessaria per lasciarsi prendere per mano. Non ho più parole.
PS: cazzone di un despota non lo dico a caso, ma lo credo, perché sebbene i ruoli si possano rifiutare, nel palcoscenico della vita essi ci costringono alla recita.